Cari amici della poesia…

Cari amici della poesia, benvenuti, bentornati!

Il 20 giugno del 2013 chiudevo per la pausa estiva la nostra rubrica dedicata a tutti voi, amanti del verso, e ora eccomi qua qualche mese dopo a riaprire le danze, e che onore per me essere qui a dirvi che la poesia non è morta, tutt’altro, e semmai dovesse morirvi seduta accanto in autobus, o in fila alle poste, o sullo zerbino di casa, voi potrete venire qui e trovarla viva e vegeta senza i segni dell’età ma, anzi, con un bel sorriso beffardo che sembra dire: “Invecchiate voi al posto mio!”. Sono stati e sono mesi di profondo cambiamento per generAzione rivista e per la nostra – la vostra – rubrica preferita. Ciò, se posso dire la mia, è un bene perché generAzione è dinamica, in continuo movimento come un criceto sotto caffeina, prende scosse da terremoto ma poi si assesta e non abbandona il campo; anzi, continua oggi più che mai a credere nella sua missione, ricorda da dove è venuta e guarda al futuro con lo stesso entusiasmo che ne ha caratterizzato la produzione fino a ora. Ci sono menti vive, dietro generAzione, e permettetemi di ringraziarle queste menti, perché è un lavoro sincero, sentito, fatto con amore, e non l’amore di Banderas che fa finta di preparare i biscotti e parla con macine e galline, che è di cartapesta quell’amore lì; generAzione pulsa di genuino e non retribuito amore per la letteratura.
Sei mesi sono volati, che posso dire? Per me, da un punto di vista letterario s’intende, sono stati  un disastro: non ho letto, non ho scritto. Mi sono avvicinato alla libreria un paio di volte, giusto per spolverare. Per il resto, ho letto romanzetti di fantascienza che mi vergognavo ad aprire in pubblico. Niente Carver, niente Rentocchini, niente Ragazzoni, solo romanzetti di fantascienza tutto armi laser e astronavi. La mia compagna si stava pure preoccupando a un certo punto: «Ma stai bene?». E io: «Sì sì, sto bene», e giù di nuovo sui romanzetti. Ne ho letti cinque in due mesi. Poi ho rallentato un po’ il ritmo, ma insomma. E allora? E allora mi sono posto delle questioni, tra un romanzetto e l’altro, e ho deciso di focalizzare l’attenzione sul valore intrinseco della pausa.

Un tizio che conoscevo − uno di quegli anziani da osteria che han più vino che sangue in corpo, per capirci − nel celebrarsi gran conoscitore del genere femminile con chiunque capitasse a tiro dava sempre lo stesso immutabile consiglio: l’arma vincente è l’attesa. Che fosse un consiglio trito e ritrito siamo d’accordo, ma la particolarità in questo caso risiedeva nel fatto che non si trattava di un espediente nel mazzo degli espedienti ma era per lui l’unica tecnica applicabile in fatto di donne. Inoltre, non era nemmeno chiaro se l’attesa fosse da intendere come “prima o poi qualcosa capiterà tra queste braccia” o − alla Ferradini − “prendi una donna trattala male lascia che ti aspetti per ore”. Non lo sapremo mai: il tizio in questione purtroppo se n’è andato da un pezzo e, forse è bene sottolinearlo, scapolo. Eppure questo discorso dell’attesa in un certo senso aveva il suo dannato perché, poiché in questi mesi col cervello lasciato a maggese, con i libri a tossire per la polvere, io sono stato bene. ‘Bene’ è un termine vago, me ne rendo conto. Volendo essere più preciso, direi che ho goduto di un particolare tipo di benessere difficilmente inquadrabile ma facilmente comprensibile in termini sensoriali con alcuni pratici esempi: arrivare a un passaggio a livello che si sta aprendo, il minuto successivo alla chiusura del venerdì lavorativo, accendere il fuoco per una grigliata, il ritorno di un amico dopo mesi lontano da casa. In una parola? Leggerezza. Dimenticarmi della poesia e fare altro, chiedere altro, ricevere altro, mi ha fatto sentire incredibilmente leggero. Anche spaventato all’inizio, come negarlo? I cambiamenti spaventano, soprattutto quando riguardano le fondamenta su cui hai costruito gran parte dei tuoi valori e del tuo stile di vita. La poesia, una volta che ho deciso di non farla aspettare più, era sempre lì, gli autori che amo imperturbabili di fronte alla mia lunga latitanza. Le loro domande, i loro consigli, le loro paure, tutto a un tratto diverso. E allora ho capito che la pausa, questa lunga separazione autosomministrata, ha più a che fare con la fisiologia che con il gusto letterario. La poesia ha bisogno di tempo da noi ed è nostro obbligo concederle questo tempo per scavare, rimodellare, lasciare che letteralmente ci si asciughi l’anima. La mia ottusa voracità mi ha portato alla saturazione, al completo rifiuto di ciò che i cari autori posero in essere per rendermi libero, al leggere senza alcuna gioia né curiosità. Il distacco, come in molte altre situazioni nella vita, ci dà la giusta misura delle cose.

Tutto sommato, quel vecchio da osteria non aveva tutti i torti e a lui va il mio pensiero nel dire che in poesia l’arma vincente è l’attesa. Sotto queste premesse si apre la nuova stagione con Le mie poesie non cambieranno il mondo. Come abbiamo scritto nella pagina di presentazione della rubrica, il verso di Patrizia Cavalli non è stato scelto a caso: due valori, nessuna pretesa, nessuna vanità. Solo la voglia di spiegare, discutere, trasmettere elementari emozioni e sviscerare antiche inquietudini, sempre all’insegna della chiarezza, perché alle volte la poesia è pomposa, è complicata, sta antipatica e sembra elitaria, ma per noi peccatori − che diamine! − è sempre lì.

Vi aspettiamo qui con vecchi autori e nuove promesse: grazie per il sostegno, a presto!

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