Dylan Dog, maledetto romantico…

Dylan Dog, maledetto romantico...

Alla faccia dei puristi, oggi parliamo di un tipo di poesia che tanti a malapena riuscirebbero a definire tale ma che invece, a modo suo, s’è fatta strumento nel corso degli anni di un preciso sentir comune in odor tardo-adolescenziale, sinonimo per i molti appassionati dei straordinari anni ’90, il luminoso decennio di passaggio, gli anni dello splendore per un fumetto di culto ancora oggi sulla cresta dell’onda: Dylan Dog.

Per chi non avesse familiarità col personaggio, ecco un breve ed utile compendio: Dylan Dog è un tenebroso e affascinante ragazzo londinese il quale dopo una breve carriera in polizia e un grave problema di alcolismo, rinasce a nuova vita come “Indagatore dell’incubo”, ovvero un investigatore privato dedito alla risoluzione di casi particolari in cui occulto, fenomeni paranormali, situazioni al limite del surreale e indicibili orrori la fanno da padrona. Dylan mal si sposa con la tecnologia, ha avuto centinaia di donne e di ognuna si è innamorato, è pieno di fobie, è sarcastico, empatico, possiede un modellino di galeone sul quale lavora da decenni e che non finisce mai ed è sempre, irrimediabilmente in rosso con la banca. Insomma, Dylan Dog  è il prototipo perfetto del poeta.
E le storie che ci vengono raccontate fin dagli albori della serie (correva l’anno 1986) sono intrise di una rara essenza poetica, sfuggevole e delicata, che molto spesso sfocia in piccoli componimenti dei quali le pagine di Dylan Dog sono spesso intrise.

A proposito di questi componimenti, come definirli? Alcuni li definiscono filastrocche sminuendone involontariamente il valore, che non è assoluto – intendiamoci – ma funziona da perfetto coadiuvante delle atmosfere cupe e malinconiche del fumetto integrandole alla perfezione con il volto romantico dell’eroe.

E tutto è morto e tutto è ancor vivo
e solamente tutto è cambiato,
quello che provo l’ho sempre provato
e credo ancora in ciò in cui credevo.
E il fiocco nero è l’unica cosa
che mi è rimasta con la malinconia
ma insieme a questa stanca anarchia
vorrei anche te amica mia.

Ma dimmi tu non è meglio così?
Immaginare ed illudersi sempre
qui ad aspettare qualcosa o niente,
qui ad aspettare un no o un sì,
che in ogni caso sarebbero la fine
di tutto questo che almeno è un ricordo
così studiato giorno per giorno
fatto di tanti cristalli di brina.

(da Il lungo addio, Dylan Dog n. 74)

Dylan Dog, pur rappresentando l’archetipo del buon eroe, è un perdente cronico che quasi mai si palesa quale risolutore dell’orrore, bensì si fa argine per l’oscurità dilagante spesso subendone l’influenza in prima persona e generando più domande che risposte, per se stesso così come per il lettore. Tale è l’incapacità di comprendere che non di rado la poesia negli albi comunica una malinconica arrendevolezza al male che si traduce in versi rassegnati ma tuttavia furenti.

È alta la luna, su questa fogna di città
qualcuno passa, e non sa neanche dove va
e intanto c’è una voce che mi urla dentro
è la voce della luna e io la sento

La voce mi dà forza, dovunque io vada
anche se cammino su una cattiva strada
ma la strada è mia, è la mia libertà
e la luna splende e urla, su questa fogna di città.

(da Il sogno della tigre, Dylan Dog n. 37)

Il mondo di Dylan Dog non è sicuro per colui che affida alla razionalità i suoi passi. Ce lo insegna lo stesso protagonista il cui rigido codice deontologico gli impone uno scetticismo di partenza qualunque sia il caso propostogli e che spesso si ritrova a subire passivamente le vicende senza poter dare una vera e propria spiegazione a quanto accaduto e accettando semplicemente l’impossibilità di raggiungere determinati vertici di comprensione della realtà.

Ma poi la realtà cos’è? Per Dylan Dog la realtà ha dei confini fumosi, si presenta in forme meschine e ambigue, ha il gusto amaro della morte, è un urlante e cinico caos.

Homo che inghiotti la morte nauseabonda,
se vuoi un alka-seltzer te lo diamo qui a Golconda!

Homo che pensavi che la terra era rotonda,
cadesti dall’orlo giù fino a Golconda!

Hommini viventi una vita moribonda,
che non ha molto più senso di quella di Golconda…

noi vi s’attende annaspar fino alla sponda
di un’altra assurdità che chiamasi Golconda!

(da La quinta stagione, Dylan Dog n. 117)

La poesia in Dylan Dog è un necessario e insostituibile alleato. Certo, non avrà la caratura dei blasonati autori della tradizione, ma nella sua dimensione assolve i compiti  che da sempre la poesia si propone: aiutare la codifica della realtà, fare da filtro agli impatti emotivi e dar voce a concetti altrimenti inesprimibili.

Hotel del mondo immobile anche se gira, gira, gira,
gira su se stesso e sulle sue rovine,
e io inganno il tempo, o è lui che mi raggira,
io che scrivo ancora malgrado sia la fine…

Faccio il portinaio di un hotel che non esiste,
e anch’io come tutti forse non son vivo,
per passare il tempo, e non sentirmi vero e triste,
sto qui e non penso, e sono un’ombra, e scrivo…

(da Ghost Hotel, Dylan Dog n. 146)

È al cuore dei puristi che parlo quando dico di essere amorevolmente tolleranti nel giudicare la poesia di Dylan Dog che, ripeto, non raggiungerà punte espressive da capogiro ma caratterizza sia un personaggio di culto del fumetto italiano che un vero e proprio manifesto romantico degli anni ’90, forse per alcuni tra voi troppo pop, magari frivolo e volgarmente ripetitivo talvolta, ma che ha avvicinato mandrie di giovani lettori alla poesia molto e più di mille altri desolanti canali, strappando la nobile arte a quell’alone di grigiume sterile che troppo spesso ne è il contorno tra i banchi di scuola.

Davvero, cos’altro potreste chiedere ad un fumetto?

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