Purché non mi si prenda sul serio: un’introduzione a Ernesto Ragazzoni

(Con questa breve ma esaustiva presentazione di Ernesto Ragazzoni, un autore sicuramente poco conosciuto, inizia la collaborazione di Matteo Barbieri alla nostra rubrica di poesia: benvenuto e grazie)

Parlare di Ernesto Ragazzoni è sempre piuttosto complicato. Sarà quella sua storia uguale a tante altre, una vita passata saltando da un lavoro all’altro come impiegato prima di dedicarsi a tempo pieno alla letteratura, sarà quel suo fare poesia tanto umile quanto mai banale, sarà che vai a cercarti una sua foto tra le poche presenti nel web, e lo trovi sempre lì, con quell’espressione annoiata sotto il largo cappello che sembra dirti «Mi raccomando, è solo poesia». Da vivo, Ragazzoni era solito dire qualcosa del genere anche alla moglie: quando non ci sarò più, le diceva spesso, se qualche amico di buona volontà vorrà raccogliere le mie poesie e i miei scritti non potrò certo oppormici, ma te ne prego, se qualcuno farà la prefazione, bada che non mi prenda troppo sul serio.
Leggere Ragazzoni è un esperienza poetica di per sé disarmante; la prima impressione solitamente è che sia incredibile come le parole possano combinarsi in tanta musicalità, in un gioco di rime così accurato, quando nella quotidianità appaiono tanto sterili nelle loro naturali funzioni.
La forma è il primo punto di forza del poeta d’Orta, che pure rimane fautore di una poesia che potremmo definire domestica e alla portata di tutti, scioccamente rivelatrice; pur trovando la sua espressione ottimale nella forma chiusa, presenta un linguaggio fatto di termini consueti, alle volte al limite del colloquiale. D’altra parte, è certo che Ragazzoni non intendesse impressionare alcuno con la sua retorica, né considerarsi portatore di una qualche superba verità, tanto più che — interrogato sull’argomento — ebbe a dichiarare: «Che bisogno c’è del pubblico! Il grande pubblico se ne è sempre strainfischiato della poesia! Il pubblico a cui tengo siete voi miei amici! […] E poi lasciamo andare, a me i versi miei piace cantarmeli e godermeli in segreto».
Intimità d’autore: la poesia non è più innaturale o forzata di quanto lo sia il piacere di divider tavolo con un amico, magari allungando il piacere con del buon vino. 

Rime, figure retoriche, tanta musicalità. Ma in mezzo, leggendo tra le righe, tanta umanità nel raccontare il mondo e nel raccontarsi al mondo. La componente privata dell’uomo Ragazzoni fa capolino in numerose liriche, immergendo il lettore in un mondo animato da timori e piccole vittorie che sanno di quotidianità:

O come sono lunghi
i giorni senza te!
Mi par che dentro a me
nascano i funghi!
(Nostalgia)

Mentre al paese natale dedica L’apoteosi dei culi d’Orta, si dice preparata per l’inaugurazione dei gabinetti pubblici:

E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta, perché il ciel a te propizio
non lasciò mancar  nulla all’orifizio. 

La comunione con la natura è un elemento ricorrente nella poesia di Ragazzoni, una natura mai ostile nei confronti dell’uomo, ma piuttosto culla ideale delle sue perplessità e spettatrice imparziale del suo agire. In questa natura fatta di “profondità tremula e verde” (Rifugio verde), sono frequenti i riferimenti al mito e al sovrannaturale, chiari segnali della passione per l’esoterismo del poeta, per anni vicino all’ideologia del movimento occultista di ispirazione massonica franc-maçonnerie dei Chevaliers Maçon Élus Coëns de l’Univers: “I compagni degli elfi sognatori/ rannicchiati, e dei gnomi/ che sanno tutte le virtù dei fiori” (Rifugio verde).

Forse è proprio quest’incapacità di scindere il reale dall’irreale in poesia a rendere questo irrequieto piemontese così vicino e così inafferrabile allo stesso tempo. Nella sua dimensione lirica, niente è quello che sembra e tutto è il contrario di tutto: così i bevitori s’ubriacano di costellazioni (I bevitori di stelle), locomotive, uova e persino un biliardo manifestano umani sentimenti e il lettore non può sottrarsi a un’identificazione inevitabilmente stonata con tali sentimenti che diventa via via più chiara e armoniosa man mano che si acquisiscono le chiavi di lettura della sua ironica visione del mondo.

— Verde come il tuo sguardo, o bella infida,
verde siccome l’erbe! —
(Triste, il biliardo grida
queste parole acerbe).

— Son stufo d’esser verde… Non ne posso
più d’aver sempre questo verde addosso!
Vorrei essere rosso,
rosso a modo dei gamberi! O se proprio
non si potesse rosso,
penso che starei bene
anche color dell’eliotropio,
oppur screzïato come le verbene.
(Le malinconie ed il lamento del povero biliardo)

Ragazzoni, canzonatore del potere e cantore delle umane miserie, troverà la morte a 50 anni nel 1920, arrendendosi alla cirrosi epatica.

Quando, uditemi amici, quando avvenga
che questa che mi rosica cirrosi
il fegato e dintorni m’abbia rosi
come cirrosi fa che si convenga,

quando il medico, chiusa la sua cura
ordinerà «portatelo pur via!»,
io voglio, per andare a casa mia
sottoterra, una magna sepoltura.
(Il mio Funerale)

Di lui resta l’enorme contributo alla poesia italiana, spesso sottovalutato ma quantomai attuale quale decodificatore di sentimenti senza tempo e ironica finestra sul quotidiano.

Vuoi tu, a dispetto della gente saggia
che chiama stolti i sognatori e i pazzi,
cerchiam nel sogno una più dolce spiaggia?

Vuoi tu? Noi passerem tra i canti e i lazzi
del mondo senza pur volger la testa,
e andremo lungi, come due ragazzi.

Vuoi? Come rose su un cammin di festa
io sfoglierò i miei canti ai piedi tuoi,
e ci parrà la via florida e presta

se ci terremo per la mano! Vuoi?
(Purché sia fuori dal mondo)

*

Due righe di biografia
Ernesto Ragazzoni nacque ad Orta Novarese l’8 gennaio 1870 e morì a Torino il 5 gennaio 1920. Diplomato ragioniere nel 1887, saltò tra un lavoro e l’altro dedicandosi parallelamente alla letteratura dal 1891. Collaborò con diverse testate tra cui Il Tempo, La Stampa  e come corrispondente estero per Il Resto del Carlino, rivestendo anche il ruolo di direttore per La Gazzetta di Novara. Per chi volesse avvicinarsi alla poesia di questo autore, si trova gratuitamente a questo link una raccolta redatta da Arrigo Cajumi, che comprende tra l’altro alcune traduzioni da Edgar Allan Poe del poeta nonché due emozionanti brani di prosa di carattere storico in bilico tra la cronaca e la sottile satira. Senza prefazioni, ovviamente.
La sua poesia e la sua figura di poeta sono uniche nel loro genere: difficile trovare paragoni con altri autori.

 

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